Sanremo e l’industria della canzone
Nella classifica delle canzoni più ascoltate del 2024, sette delle prime dieci posizioni sono occupate da brani di Sanremo. Basterebbe questo dato per riassumere l’importanza che il Festival ha per l’industria musicale. E viceversa: sebbene Sanremo sia il media event italiano per eccellenza e viva di spettacolo, polemiche, gossip, ospiti e conduttori, è pur sempre “il Festival della canzone italiana”.
Fin dalle sue origini Sanremo vive del dualismo tra la dimensione mediale e quella musicale, con le rispettive industrie e apparati produttivi che si intrecciano: venne ideato nel 1951 per promuovere il territorio ligure fuori dalla stagione estiva e organizzato con la collaborazione dell’industria musicale, che intravide la possibilità di una vetrina per far conoscere il nuovo repertorio dei cantanti e degli autori. Da allora ad oggi, questo rapporto ha segnato l’evoluzione e le dinamiche della rassegna: l’industria musicale fornisce il contenuto, la televisione e il sistema dei media creano la cornice che spettacolarizza le canzoni, arrivando spesso a metterle sullo sfondo.
Un talent show prima dei talent show
Il 2025 segna la 75° edizione: negli ultimi anni le scelte del cast e delle canzoni di Sanremo si sono progressivamente avvicinate alla contemporaneità, a quello che funziona nelle classifiche e sulle piattaforme di streaming. Il Festival non è mai stato luogo d’avanguardia, anzi: riflette tendenze musicali già consolidate, le “normalizza”, riportando generi come il rock e il rap nell’ambito del pop mainstream.
I due momenti di svolta in questa evoluzione recente sono stati la vittoria del pop di Francesco Gabbani con Occidentali’s Karma nel 2017 – che batté a sorpresa la veterana Fiorella Mannoia – e soprattutto il 2019 con Mahmood: la musica “urban”, già in vetta alle classifiche da qualche anno nel paese reale, arrivava a vincere il Festival. Soldi sarebbe risultata la canzone più ascoltata sulle piattaforme dell’anno, allineando successo televisivo e consumo digitale. Un periodo d’oro, coronato dai cinque anni della direzione artistica di Amadeus e dai successi che ha generato: il Festival è diventato il luogo dove l’industria cerca di consacrare il successo dei proprio artisti, o di portarli verso un nuovo pubblico, come i rapper che da quel palco sono approdati alla programmazione radiofonica.
Ma va ricordato che il Festival ha sempre svolto un ruolo importante per le carriere degli artisti e quindi per l’industria. Sanremo è stato un talent show prima dei talent show, in grado di lanciare artisti e artiste come Ramazzotti, Pausini, Giorgia, fin dall’introduzione della gara dei giovani ad opera di Pippo Baudo, nel 1984.
E partecipare è sempre utile per ogni tipo di artista: un buon passaggio al Festival, anche senza vittoria, è storicamente in grado di rivitalizzare le carriere in stallo, generando un indotto di visibilità, presenza sui media, richieste di concerti, e così via.
Un matrimonio di interesse
Il ruolo di Sanremo ha un impatto concreto nelle pratiche dell’industria musicale, condizionandone l’agenda produttiva e comunicativa. Quando si progetta un album, un tour, o anche quando solo si vuole uscire da uno stop artistico, la domanda che si pongono cantanti, discografici e manager è: “Proviamo ad andare a Sanremo?”.
La pianificazione delle uscite ruota attorno a questa settimana: o si gravita attorno al Festival, o se ne sta alla larga, perché per mesi l’attenzione dell’apparato produttivo e dei media musicali è fagocitata da quello che succede o che può far succedere Sanremo.
Detto questo, il rapporto tra il Festival, la Rai che lo organizza e l’industria della musica è un matrimonio di interesse che ha avuto alti e bassi, fatto di conflitti e compromessi. Un esempio lo abbiamo anche quest’anno: Carlo Conti, dopo avere inizialmente annunciato un ritorno a 24 canzoni in gara, ha ampliato il cast a 30 artisti, per venire incontro al gran numero delle proposte e richieste della discografia.
Ogni direttore artistico sceglie le canzoni anche tenendo conto delle case discografiche di provenienza, rispettando il delicato equilibrio fra le tre major – Universal, Warner e Sony, che hanno le maggiori quote di mercato – e le indipendenti.
Un equilibrio che ha spesso conseguenze anche sugli ospiti fuori dalla gara: per portare grandi nomi al Festival si accetta anche la presenza di artisti/e minori, ma che hanno un album da promuovere e sono – come si dice nel gergo discografico – una “priorità”.
Conflitti ed equilibri: quando l’industria boicottò il Festival
Tuttavia la storia del Festival è ricca di situazioni conflittuali: le case discografiche boicottarono Sanremo in aperto contrasto con le scelte del Comune (allora organizzatore) già nel 1975, e poi ancora nel 2004, quando organizzava la Rai, con la direzione artistica di Tony Renis (e la conduzione di Simona Ventura). Ventuno anni fa l’associazione dei discografici motivò la scelta dell’assenza dei propri artisti per un progetto non condiviso e per ragioni economiche. Infatti la Rai non retribuisce i cantanti in gara, limitandosi a rimborsi spese che erano (e sono tutt’ora) oggetto di accese discussioni. Da un lato, i discografici sostengono che senza le loro canzoni il Festival non si farebbe. Dall’altro lato, Sanremo genera all’industria della musica un enorme indotto: è una vetrina promozionale per gli artisti e la Rai lo sa bene.
“La musica al centro?”
I rapporti di forza sono ben definiti: Sanremo vive di canzoni, ma è soprattutto una grande macchina televisiva, e l’industria musicale ne accetta le regole, adeguandosi al contesto, alle scelte, alle routine produttive, ai linguaggi della Tv.
La parola “cast” per definire l’insieme di canzoni e artisti in gara non è casuale: Sanremo ha un rapporto simbiotico con l’industria discografica, ma prima di ogni altra cosa è un media event televisivo, che influisce sulle scelte dei concorrenti, crea la spettacolarizzazione delle canzoni e delle performance, sceglie i tempi e le scalette. A determinare il successo di una canzone è anche e soprattutto il modo in cui viene portata sul palco.
Tuttavia rimane un’ambiguità di fondo: bisogna fingere che non sia così. Bisogna sempre dire “mettiamo la musica al centro”, mantra puntualmente ripetuto da ogni direttore artistico.
Anche quest’anno Carlo Conti ha più volte dichiarato che per lui “le canzoni sono la portata principale, il resto è contorno”. Ma come ogni direttore artistico, sa bene che il successo di ogni Festival si decide sulla capacità di attirare attenzione attraverso la scelta dei co-conduttori, gli ospiti, le polemiche. E sa anche che senza l’industria musicale, senza canzoni efficaci su quel palco e senza gli artisti, Sanremo sarebbe un normale programma televisivo e non la “settimana santa” intorno a cui ruota tutto il palinsesto e su cui si concentra tutta l’attenzione dei media.